martedì 25 giugno 2019

LETTERA LEGO

Lettera aperta a Niels B. Christiansen, Ceo Lego Group
Ciao Niels,
Scrivo questa lettera incurante del fatto che avrai fior fiore di consiglieri, tester, ingegneri, fanatici, e chi più ne ha più ne metta.
Io sono solo una mamma, mamma di un bambino soggiogato, stregato, rapito dai magici mattoncini che una volta costruivano solo casette e invece oggi, com’è giusto che sia, fanno concorrenza a ingegnerie navali, aerospaziali et cetera et cetera et cetera.
Noi personalmente siamo vittime dei mezzi di trasporto. Costruiamo in sequenza: macchine della polizia, elicotteri di soccorso, monster truck, poi, per rendere avventurosa la questione, abbiamo un paio di macchine sportive, decappottabili, tutte dei ladri, e sarà un caso? Poi abbiamo un trattore per la raccolta del legname, un dumper, un demolitore e un’autoscala dei vigili del fuoco.
Da domani, avremo anche un piccolo aereo da trasporto.
C’è anche un piccolo ma nutrito set di personaggi, un paio a confezione: poliziotti, pompieri, ladri, appunto.
Ieri, la domanda che mi ha spinto a questa lettera. Perché non c’è una pompiera femmina?
Già, perché non c’è? I poliziotti sono tutti uomini, così come i ladri, e naturalmente gli addetti ai mezzi agricoli.
Abbiamo soltanto una ragazza, ma non ricordo di quale confezione faccia parte. Probabilmente è una passeggera dell’elicottero. O una vittima di furto.
Quindi questo è il primo appunto che mi permetto di fare. Perché immagino che nei lego Friends per le femmine dove abbiamo furgoni del gelato, pulmini scolastici, persino ospedali e scuole, qualche donna ci sarà. quindi, in sostanza: più donne nel reparto sicurezza e criminalità. Per par condicio.
Gli appunti del bambino di cinque anni finiscono qui, forse ha qualcosa da ridire anche sul gancio dell’elicottero e sulla fune che si ingarbuglia sempre, ma soprassiede almeno per il momento.
Io invece, che non sono una bambina da un bel pezzo, e che sono l’addetta al riordino serale delle macerie lego, ho un paio di richieste, preghiere, suppliche.
Sono certa che altri, come me, abbiano serie difficoltà nel raccogliere alla fine di una giornata di lavoro, tutti i benedetti fanali dei mezzi che sapientemente li rendono così verosimili. È che hanno un diametro non superiore ai 6 mm, si infilano ovunque, l’altro giorno ne ho trovato un paio sotto il cuscino, un’altra mezza dozzina nella ciotola del cane, qualcuno è finito anche nelle mie scarpe da ginnastica.
Ecco, se potessimo trovare una soluzione a questa storia dei fanali, io sarei una donna migliore, più serena.
Ti faccio notare che alcuni di questi micro pezzi sono trasparenti, ripeto, trasparenti. Suppongo per simulare l’effetto vetro, ma credimi, è eccessivo. Troppo veritiero. I bambini, si sa, hanno bisogno di fantasia. E te lo dice la madre di un grande perfezionista. Che però, pure lui, a un certo punto, desiste, e dice:
‘Mamma, mettiamone uno blu che fa lo stesso’. Amore mio.
L’ultima minuscola critica, propositiva, sia ben chiaro, riguarda l’assoluta mancanza o relativa disponibilità di alcuni mezzi. Voglio dire. Perché deve essere così difficile trovare un’ambulanza lego city 4-7 anni? Noi facciamo incidenti quotidianamente, in macchina, in aereo, veniamo investiti da macchine di ladri in fuga anche più di una volta al giorno.
Domani mio figlio compie cinque anni, e non sono riuscita, neppure con largo anticipo, neppure su Amazon, a trovare uno straccio di medico a bordo di una fiammante ambulanza.
Ecco, credo che su questo potresti lavorarci. Comunque, perché tu dorma sonni tranquilli, volevo dirti che ho ripiegato su un mini calcio-balilla. Spero che mio figlio apprezzerà. Se non sarà così, ti riterrò personalmente responsabile.
Naturalmente ho scherzato. Sono una mamma, vorrei essere anche una scrittrice, ho scritto questo post per un solo, stupido motivo.
Auguri amore mio. Buon compleanno.
#legocity#auguri#NielsChristiansen

THIERRY

Cara mamma di Thierry, non so nulla di te se non che sei francese, e che hai una figlio di quindici anni dagli occhi solari e il sorriso caldo.
Sarai una mamma come me, probabilmente ti lamenti anche tu delle stesse banali cose: la camera in disordine, il telefono sempre in mano, le serie Netflix in cui si si sono persi qua e là i nostri figli.
Farai del tuo meglio, come me, come tutti, per sopportare le loro risposte a monosillabi, i loro sbalzi umorali, senza che nessuno mai si accorga di quanto sia faticoso mantenere l’armonia.
Invece oggi succede questo.
Siamo ai giardini, in quella piazzola vicino alla baracchina dei gelati, dove Davide, da anni, organizza il mini circuito delle macchine elettriche, e l’anello dove corrono i grilli.
Mio figlio, che ha cinque anni, e non ha esattamente una guida sicura, è quello con il casco giallo, quello che frena di colpo, quello che taglia la strada, quello che guida guardando indietro, quello che si diverte nei fuori strada sull’erba, quello che, durante il giro, mima il rumore delle auto da formula uno, meeeeeeee, meeeeeeeee.
Io sono quella sulla panchina che urla ‘vai dritto’, guarda avanti, il più delle volte ho lo sconforto in faccia, e lo so che non dovrei, ma è più forte di me.
I grilli si pagano a tempo, venti minuti mi sembra un tempo sufficiente, il bambino mi pare stanco e sudato. Come al solito gli dico: ‘ultimo giro’, e come al solito finge di non sentirmi.
Al terzo ultimo giro mi pianto in mezzo alla pista e con la forza prendo il grillo e lo riporto fuori dall’anello.
Parte il solito cinema, url, pianti. Alla gente paiono capricci, un po’ lo sono un po’ no.
Lo sconforto sulla faccia è sempre lì, oramai lo domino molto bene. Semplicemente sto lì e attendo che passi la crisi. Passa sempre, e passa più in fretta se non cedo al panico e agli sguardi giudici delle persone intorno.
Il piccolo mi lancia il casco con tutta la rabbia che ha, ‘Sei un mostro’ - dice.
Paro il colpo con destrezza, dico ‘Si sono un mostro’.
Ti sembrerò una pazza, ma ti scrivo perché proprio in quel momento, quando lo sconforto ha lasciato il posto a sommessa rassegnazione, dietro di me c’è un gruppetto di ragazzi, vogliono fare una gara di grilli, avranno quindici o sedici anni, e ce n’è uno che mi si avvicina, ha i capelli corti biondo castano, gli occhiali da sole, e questo sorriso da padrone del mondo.
Mio figlio si è rintanato nella capanna di Davide, che sembra una ferramenta, e dice che vuole vivere lì con lui, per sempre.
Il tuo ragazzo entra, si toglie gli occhiali, chiede a mio figlio il nome, qualche altra cosa, gli dice ‘ti ho visto, vai forte. Dammi un cinque.’
Giorgio glielo dà, poi esce dalla capanna, è allegro e sorridente. Del fatto che sono un mostro, non si ricorda, oppure mi ha perdonato. Gli allungo la mano, lui la prende. Io pago e poi vado a salutare questo ragazzo che non sa nulla di me, delle mie fatiche quotidiane, di mio figlio.
Potrei scrivere altre cento righe piene di retorica, ma non lo farò.
Vorrei solo che questa lettera rimbalzasse nella rete e arrivasse fino a te, perché a me piacerebbe saperlo se mia figlia avesse, un giorno, con leggerezza e candore, fatto un gesto minuscolo, che invece è di più, molto di più.

MATEMATICA PASSIONE

Era un vita che aspettavo questo momento. Niente di eclatante, non temete. Ho soltanto passato un paio d’ore a fare matematica con mia figlia. Equazioni di secondo grado, disequazioni, sistemi a due incognite, costanti, grafici.
Lo so, rischio molto, ma non vedevo l’ora di rimettere un’equazione sugli assi cartesiani.
E’ chiaro che non sto bene, che il senso di benessere procuratomi dalla risoluzione di un problema di analitica, non è un buon segno, che sperare di trovare una x che tenda all’infinito ha qualcosa di insano. Lo so.
Quello che non so, è da dove venga: forse un problema irrisolto di gioventù, qualcosa che appartiene alla terza liceo, per forza, quando la mia professoressa leggeva il libro di trigonometria, seduta alla cattedra, con voce monocorde, poi alzava gli occhi e diceva: avete capito? No.
Fu un professore magico che dava ripetizioni ad aprire quel mondo lì, della matematica, e lo fece con grande potenza e passione. Tanto che mi è rimasta appiccicata addosso.
Torniamo a oggi, a una madre e una figlia sedute al tavolo a risolvere problemi: la madre è po’ piena di sé, spocchiosa forse, la ragazzina ha talento, ma non si applica.
La madre dice: “facciamone un altro”, la ragazza risponde piccata: “senti fallo tu se ti diverti tanto, io sono stanca.”
Lei si vergogna e posa la penna, ma in effetti avrebbe voluto proseguire.
La conclusione infelice del pomeriggio è stato un quattro e mezzo nella verifica, e, come giustamente aveva sottolineato, tempo prima, la ragazza, che ribadisco, ha talento: sapere fare una cosa e saperla insegnare sono due cose diverse. Chapeau.
In ogni modo siamo finite su skuola.net e devo ammettere che ho qualche perplessità su un sito che organizza ripetizioni e scrive scuola con la K, ma andiamo avanti, le ultime persone che hanno dato lezioni di fisica in casa nostra hanno tutte trovato un lavoro serio in qualche azienda, cosa che dà da pensare, e anche qui soprassediamo, iscriviamoci a questo sito e incontriamo Giacomo C. Diamo il beneficio del dubbio a Giacomo C. che dopo due ore di ripetizioni esce dalla stanza di Giulia, mi saluta, facciamo un paio di convenevoli sulla scuola, finché lui si gira verso di lei e chiede: “che classe fai tu?”
Cioè?
In due ore l’argomento scuola classe programma non è neppure stato sfiorato? vi siete buttati direttamente sulle leggi della dinamica??? Faccio la battuta, nessuno ride.
Com’è serio Giacomo C. Speriamo che sia almeno laureato.
-Tranquilla!-dice Giulia- la laurea la controlla skuola.net.-
-Certo. Come no? Cambiamo argomento, Come sono andate le Invalsi?-
-Tanto non fanno media-
-Ho capito, ma come sono andate? -
-Matematica abbastanza bene, italiano così così, c’erano delle parole che non ho mai sentito.-
-Tipo?-
-Scelba-
-Tranquilla.Non la so neanch’io. E poi?-
-E poi un nervoso! C’era un esercizio sul CQ e ho scritto taccuino con la C, accidenti!-
-Ma taccuino si scrive con la C.-
-Ah davvero? Meglio allora, uno l’ho fatto giusto.-

ACCADE IN GIUGNO

Giugno lo amo, pazzamente. Più di tutti gli altri mesi dell’anno. Perché? Chi lo sa. Forse perché finisce la scuola, forse perché le giornate sono lunghe. Forse è il profumo di gelsomino. O forse perché ho l’impressione che le cose, in giugno, accadano, o possano accadere.
Sono arrivati in sequenza: un sei in matematica, e una promozione certa, nessuno smistamento di classe, una raccolta di racconti a cui tengo molto, e un’altra a cui sto lavorando con grande amore.
Poi mi viene in mente che in giugno, vent’anni fa esatti, mi sono pure fidanzata, e lo ricordo come uno dei momenti più belli della vita, quando pure ignoravo che cosa davvero avrebbe significato quella persona per me.
Così ho pensato: festeggiamo, scappiamo un giorno e mezzo, dimentichiamo per un giorno tutto il resto.
Certo. Ma perché farlo proprio su un pezzo di pietra di duemila anni a guardare Elena di Troia?
E perché no? E’ giugno. E poi io una bavetta all’aragosta così mica l’ho mai mangiata. Assassina. Si muoveva ancora.
Senza contare che è arrivato il caldo, finalmente. Mi scopro più tollerante e pacifica. Per esempio ieri mi sono sorbita quattro ore e mezza di un seminario sulla deontologia professionale. Quattro cfp. Che poi un giorno vorrei sapere il nome e il cognome di chi li ha inventati, i benedetti crediti formativi. Ma andiamo avanti. Ascolto anche con un certo interesse, almeno parto senza pregiudizi, anche se mi domando il motivo per cui, io, che sono architetto, debba seguire un seminario organizzato da avvocati, e avvilirmi con preoccupazioni varie su cause per negligenza da qui a trent’anni. Ma andiamo avanti.
Oggi, che è sempre giugno, accade che con una velocissima e impersonale mail mi avvertono che: ‘Spiacenti, i crediti non sono validi, non ha seguito il seminario in maniera corretta.’
Cioè? Scherzate? Sono stata anche attenta, interrogatemi, so tutto, non ho neppure dormito stanotte pensando a qualche leggerezza compiuta dieci anni fa che potrebbe costarmi, non dico la galera, ma multe sì, e salatissime, a quanto ho capito.
È così, come sempre, bisogna lottare anche per le cose che sono giuste di diritto. Raramente c’è qualcosa che fila liscio di suo. Bisogna alzare il telefono, mandare mail, chiedere di verificare, a volte anche pregare. E poi prendersi pure il rimprovero, Sì il rimbrotto della segreteria dell’ordine. A quarantacinque anni devo farmi sgridare, perché ho fatto 18 accessi.
‘Lei capirà, architetto, che è ingestibile.’
Poco importa se avevo problemi di connessione, se stavo seguendo i progressi di mio figlio nel corso di abilità sociali, se ero in macchina a prendere mia figlia al gym-camp, se recuperavo i miei genitori dal dentista per accompagnarli a casa, se con un orecchio ascoltavo le implicazioni penali della direzione lavori, e con l’altro ascoltavo mio padre parlare di barche a vela.
'Mi dispiace signorina, io, attualmente, quattro ore e mezza completamente libere per stare davanti a un computer di martedì pomeriggio, non le ho. Oppure le ho così, mente faccio altre cose non meno importanti. Se non le va bene, amen. Mi dispiace che abbia dovuto manualmente, ebbene sì, manualmente, conteggiare i minuti dei miei diciotto accessi, che sono 227, comunque le faccio notare che ha fatto una somma, un’operazione da terza elementare, e sono certa abbia pure usato la calcolatrice.’
Ecco cosa avrei voluto dire.
Però è giugno. Accadono cose. Perlopiù belle, bellissime.
-Ha ragione, mi scusi, non capiterà più.- Dico
Tanto mica lo sa che le ho mentito.

sabato 24 novembre 2018

LA FORTEZZA DELLA SOLITUDINE

-Ti puoi mettere le scarpe che andiamo a prendere Giulia?-
-Io non vengo, sto qui da solo-
-Non puoi stare qui da solo, non hai neanche cinque anni, mettiti le scarpe-
-Io voglio stare qui da solo, io sono la fortezza della solitudine-
Come gli vengano certe frasi devo ancora capirlo. Mi ammutolisce.

Lui è così, definirlo speciale non è abbastanza, stravagante? Forse, imprevedibile? Di certo. Ripercorro alcune scene banali ma non troppo:
Fila alla cassa del supermercato, quando gli lascio prendere un ovetto di cioccolata, che non mangerà, ma c’è un super pigiamino come sorpresa e non riesco a trattenerlo. Tanto che lo apre mentre riempio le borse. Salvo poi impiastricciarsi tutte le mani.
L’attimo dopo è una signora di una certa età che mi guarda sbigottita, perché le mani impiastricciate di cioccolata si stanno pulendo sul di dietro del suo cappotto, sfortunatamente beige. Io non so neppure cosa dire, mi scuso, mi riscuso, offro di occuparmi del lavaggio a secco. La signora se ne va scuotendo la testa.

Festa di compleanno di una compagna di classe, arriviamo sotto una piogerella fine, sotto l’ombrello che vuole tenere lui, quando arriviamo mi accorgo che le feste sono due, in stanze attigue, faccio fatica a orientarmi io, figuriamoci lui. Comunque individuo la nostra, conosco un paio di madri, conosco meglio i bambini, e mi siedo, non tranquilla, lo osservo, aspetto. Chiaramente elegge come festa quell’altra, forse ci sono più maschi, più palloncini, più monopattini da rubare. Infatti ne ruba uno, poi un altro. E io sto lì, in una stanza piena di sconosciuti, c’è  un vecchio compagno di liceo, che sembra riconoscermi, mi guarda interrogativo.
No, non sono invitata, ci siamo infiltrati. Scappiamo appena i proprietari legittimi dei monopattini strillano come disperati, e lui, per consolarsi si rifugia in uno sgabuzzino, e prende la borsa di una mamma e il di lei telefono.
-Mi accendi questo coso? -
-Ti dò il mio, però andiamo-
-Si andiamo, non mi piace questa festa, posso spegnere le candeline prima?
-No-

Siamo ai giardini, di solito non succede nulla di inquietante, tranne abbracciare qualche albero, comunque non disturbiamo nessuno. Di solito.
Ruba nuovamente un monopattino, ma ai giardini è lecito,  lo fanno un po’ tutti, chè se hai la bicicletta vuoi il monopattino, se hai una palla, vuoi la macchinina, e viceversa, insomma, situazioni comuni.
Con destrezza recupero il monopattino, lo rimetto dov’era prima, mi allontano quatta quatta.
-Sei la mamma di ieri? Quella della festa?
Beccata.
Niente è la mamma a cui abbiamo rubato il telefono, la mamma del bimbo alla cui festa ci siamo infilati meno di ventiquattrore prima.
Per fortuna sorride, ha un paio di figli, dice di capire, anche se non credo del tutto.

Noi siamo questi qui, lui è questo qui, che va a un’altra festa e in quattro secondi quattro, tempo di appoggiare la borsa e la giacca su una seggiola, e ha già smontato un castello di bicchieri rosa.
Ci riprende la nonna, rifaccio il castello, mi scuso, tanto so che non serve, altri quattro secondi e so che lo rismonterà.
Sono così stanca di chiedere scusa che mi allontano, intravedo una birra, la apro, la bevo. La nonna mi scruta, da lontano, lui per fortuna è scomparso sotto un trionfo di palline.

Domani avremmo un’altra festa, ha detto che non ci vuole andare, che sta bene a casa sua. Non dovrei, ma tiro un sospiro di sollievo.
-Giorgio sai che tra un po’ è Natale? Sai chi è Babbo Natale?
-No-
-E’ un signore vecchio e buono che vive al polo nord e che a natale porta tanti regali a tutti i bambini. Se gli scriviamo una letterina, puoi chiedere il regalo che ti piace. Che dici? La scriviamo la letterina?
-No-
-Perchè no?-
-Non li voglio i regali di Babbo Natale, che li porti agli altri bambini-

Ecco, appunto. Mio figlio: la fortezza della solitudine.

martedì 16 ottobre 2018

L'ILLUSIONE DI UNA MADRE

Che gli adolescenti siano tutti, più o meno, ruvidi e sfuggenti, credo sia un dato di fatto. È proprio una fase, non è necessariamente carattere o indole, è proprio un momento in cui se ti avvicini, semplicemente, pungono.
Io, che riccio lo sono quasi di professione, tento ogni tanto, con passo felpato, in timido silenzio, di avvicinarmi, di fare una carezza, a sorpresa, sui capelli, sul viso. Di più non azzardo.
Sarei ingiusta se non dicessi che lei ogni tanto mi abbraccia, ma senza grande trasporto, e perlopiù quando sono così stanca e nervosa che pungo pure io, come un adolescente.
Viene immensamente più facile coprire di baci e di carezze un piccolo ragazzino di quasi cinque anni, età in cui si lasciano stritolare, baciare, annusare, mordere.
Abbandonarsi alle smancerie con i bambini è semplice. Naturale. Non hanno alcuna resistenza, alcun filtro, ritrosia, timidezza.
Poi è un lunedì mattina, non sono neppure le sette, io dormo come al solito sul bordo del letto, in mezzo c’è il despota di cinque anni, e arriva lei.
-Cos’è successo?-
-Niente. Posso stare un po’ qui?-
-Certo.-
Ecco. È uno dei momenti in cui accostarsi, quando ha le difese abbassate e tentare, che so, un bacio sulla fronte.
Allungo una mano, supero il piccolo despota che si frappone sempre fra me e lei, ma ce la faccio, con il dorso della mano riesco ad accarezzare una guancia. La mia bambina. Lei fa una cosa che scrivo a costo di strappare dei cuori, ma prende la mia mano, se la infila tra la guancia e il cuscino, e la bacia.
Ci deve essere un disastro dietro l’angolo, un tre in matematica. Una sospensione. Insomma una catastrofe incombente.
-Tutto bene?- Chiedo ancora
-Sì. Solo che la mia camera è invasa da cimici, api e moscerini.
-Forse hai fatto un brutto sogno.-
-No, ho sentito le cimici volare.-
Questo scambio non basta a togliermi l’emozione. Dopo alcune ore se ci penso sono ancora commossa, e felice. Lo racconto a suo padre. Si commuove anche lui. La va a prendere a scuola.

Un pranzo tranquillo, allegro.
-Mamma, visto che hai un po’ di tempo, stampiamo le foto? Posso andare sul tuo computer che ne vorrei alcune di quando ero piccola, e anche qualcuna con te, papà e Giorgio.-
Deve avere bevuto qualcosa.
Comunque sì, accendi il computer che arrivo.

Qui di fianco ho un post it azzurro, perché alcune cose che voglio scrivere oramai le devo annotare, altrimenti le dimentico e poi volano via.
Siamo davanti al computer, lei apre una cartella del duemilaeotto, scorre le icone con la solita velocità che fatico a seguire.

-Guarda questa mamma. Qui ti volevo bene.-
Ride. voleva. Vabbè.
-Ti ringrazio. Pensavo mi volessi ancora bene. Stamattina mi hai dato pure un bacio sulla mano.
-Avevo freddo. E tu avevi la mano calda.
-Ah!.
-Eh come eri giovane qui. D’altronde era dieci anni fa.-
Ineluttabile.
-Oddio, ma come eri brutta qui. Ma che taglio avevi? Terribile.
-Anche qui ti volevo bene. Ma un po’ meno.-
Un po’ meno.
-Eccola là.  La balena spiaggiata.-

Fine della commozione struggente. Cinque battute per disintegrare l’illusione di una madre.


venerdì 27 luglio 2018

Loro due


La giovane bevitrice di caffè, e anche di birra, ho poi scoperto, è tornata.
Per vederla al tornello di uscita dell’aeroporto, abbiamo preso la macchina, fatto cinquecentododici chilometri tra andata e ritorno, naturalmente di notte, perché a noi, piace vincere facile.
Comunque eravamo lì, tutti e due, all’una, con l’espressione sconfitta di chi ha lavorato tutto il giorno, ha dormito poco e male, e ha patito il caldo afoso. Con lo sguardo diffidente di chi proprio non ha il coraggio, lì, agli arrivi Schengen di Malpensa, di parlare con altri genitori, mai visti, dell’esperienza unica dei propri figli.
Ci ha telefonato mentre aspettava il bagaglio, per assicurarsi che fossimo lì, non in ritardo come avevo prospettato.
Qualcuno ha lasciato la carta di identità sull’aereo, ti pareva, il gruppo è compatto, - bisogna aspettare- dice la signora Pasqua, coordinatrice, -in una mezz’oretta dovremmo farcela.-
-Mezz’ora?- guardo l’orologio, è l’una
-Vieni fuori, ringrazia tanto la signora Pasqua da parte mia, ma noi andiamo.
Così vengono fuori, lei e la sua amica, la intercetto per prima, le vado incontro, la abbraccio, sono così felice di vederla che vorrei tenerla stretta per un tempo interminabile, però mi stacco, perché voglio anche guardarla bene in viso, gli occhi, i riccioli sulle tempie, o forse è lei che si allontana, solito riccio respingente.
Si avvicina a suo padre, che la avvolge, conosco bene la potenza rassicurante di quell’abbraccio, e la guardo appoggiargli la fronte sul petto, la testa che scompare tra le sue braccia. Quando riemerge i suoi occhi sono lucidi di lacrime.
Che mia figlia abbia con suo padre un rapporto splendido mi rende felice, è ovvio. Che sia un po’ invidiosa della sintonia naturale, dell’alchimia, del loro sentirsi, o parlarsi con gli occhi, altrettanto.
Voglio dire, con tutto quello che ho fatto io nella vita per lei, o anche solo con lei.
Con tutto il tempo, le parole, l'amore, e poi di nuovo il tempo, le parole, o il silenzio, per ascoltare.
Eppure lei si commuove a rivedere lui. non me.
È meraviglioso-direte- lo è, in effetti, per la ragazza che è oggi e per la donna che sarà domani. Una fortuna. Un dono. Un’armatura.
E io sono gelosa.
Questi i miei pensieri, mentre camminiamo nei corridoi dell’aeroporto, loro due avanti di qualche passo, io dietro, curva di stanchezza, gli occhi al pavimento.
-Ma è lui?-
-Lui chi?-
-Lì, sulla panchina, guarda, sì è proprio lui, che faccio? Gli dico qualcosa?-
-Ma sei matta? È l’una e un quarto!-
-E allora? Dite che è una brutta figura?-
-Mamma per favore, andiamo.-
-E se ci fosse Fedez su quella panchina? Non ci andresti di corsa?-
-Ma ti sembra Fedez quello lì?-
-No. In effetti.-
Desisto, è tardi, mi stringo nelle spalle e li seguo mesta. Solo ogni tanto, giro la testa.
Loro si guardano, scuotono la testa. Si parlano con gli occhi,  credo dicano:
-Abbi pazienza è fatta così.-
-Però è simpatica.-
Torna la voce:
-Papà ma chi era quello?-
-Lo psichiatra, quello che piace alla mamma, quello che parla di famiglia, quello della trasmissione su Rai tre.
-Recalcati. Si chiama Recalcati!- urlo da dietro
-Chi?
-E me lo paragoni a Fedez?

#she'sback#padriefiglie#recalcati

C’e Una ragazza


-Ho preparato la bustina con i medicinali: moment, oki, cerotti, salviette disinfettanti e tachipirine, Mi raccomando, non darli a nessuno, è una regola. Mi ascolti? Giuli mi ascolti?
-Eh?
-I medicinali, Giuli, i medicinali! La tachipirina 500…-
-Se ne prendi due… diventan mille….
C’è una ragazza, assomiglia a mia figlia, che disintegra un momento di agitazione pre partenza cantando Calcutta.
-Hai preso gli asciugamani? Le mutande? Il libro da leggere? Un quaderno, che so? Prendere due appunti?
-Gli asciugamani? Ops.
-Scusa cosa hai fatto tutt’oggi?
-Sono andata a fare le ultime spese: il mascara, le salviette struccanti, più comode dell’acqua micellare, shampoo e balsamo.
C’è quest’altra ragazza, anche lei simile a mia figlia.
Comunque è partita. Ha chiuso una valigia le cui cerniere salteranno sicuramente durante il volo, controllato documenti, soldi, beni di prima necessità come carichino del telefono e presa inglese, separato liquidi oltre cento cc, e se ne è andata nel mezzo della notte, con i capelli ruffi e gli occhi assonnati.
Di nascosto ho preso il suo beauty e ho infilato un dentifricio, i benedetti medicinali da banco, un tronchesino per le unghie, un phon.
-Mamma hai messo tu il phon in valigia?-
-Sì-
-Vabbè. Puoi controllare se ho preso tutto?-
Poi ci siamo acquattate sul divano, a guadare Tutto può succedere, e niente, Marco sta per tradire Cristina, ma solo perchè è un momento difficile, non la vuole veramente tradire, ha solo bisogno di un po’ di evasione.
-Certo che è proprio un infame!- dice senza pietà
-Ma non ha fatto niente di male, non l’ha neanche baciata!
-Sì però ha detto una balla, è un infame. Punto.
Mi fa paura questa rigidità, ma ha quattordici anni, ci può stare, e poi è tardi per intavolare una discussione su tolleranza, comprensione, condivisione. Lascio stare. Cambio canale.
-Mi mancherai- le dico
-Anche tu- mi abbraccia.
Chissà. Magari è pure vero.
-Scusa ma stai guardando gli incidenti aerei? Cioè devo prendere un aereo tra sei ore!
-Hai ragione, scusa.
-Come sono andata oggi in inglese?
-Neanche male. Ti manca giusto la versione di ‘praticamente’ in inglese, però puoi usare : actually, by the way, anche gli inglesi usano gli intercalari, cosa credi?
-Vabbè, provo a dormire. Ma ti svegli alle due e mezza per salutarmi?
-Certo.
Mi sono alzata, alle due e mezza, l’ho abbracciata sulla porta, e per fortuna lo stordimento notturno ha evitato scene di emotività complessa e struggente.
Ora è là, non mi ha ancora mandato una foto, non ha postato nulla, nessuna storia, nessuna diretta. Oppure sono io che non sono becco mai il momento giusto.
Telefona e racconta poco e nulla: il college che assomiglia a una prigione, come se mai l’avesse vista, una prigione.  La cena servita alle diciassette pomeridiane, una pazzia, ha commentato.  Molti italiani, poi russi, e spagnoli.
Ah, non ci sono grucce,  pochissima carta igienica, e nessuna traccia di tenda doccia.
-Ma perché? Avete il bagno in comune?
Non ha risposto, ha cambiato discorso, qualcuno, un italiano, ha portato la macchietta del caffè, la vecchia intramontabile moka.
-Ma da quando bevi il caffè?
-Da stamattina.
C’è una ragazza, a millesettecento chilometri da me, si chiama Giulia, assomiglia a mia figlia, ha i suoi stessi capelli lunghi e biondi, e ha cominciato a bere caffè.

giovedì 24 maggio 2018

LESSICO FAMILIARE

La mia carriera in fatto di incidenti stradali non è un granché, ma merita comunque una riflessione, almeno oggi, dopo che ho firmato il terzo cid della mia vita.
UNO.
Regolarmente parcheggiata in via Bellacosta, apro delicatamente la portiera per scendere. Giulia è dietro, ha cinque anni, ed è legata nel seggiolino. Mi chiama:
‘Mamma voglio scendere anch’io. Slegami la cintura.’
Il tempo di girarmi a sganciare il pulsante, la portiera che si richiude, uno, due, tre BOOM! La portiera non c’è più, sradicata dal resto del telaio, tranne per un piccolo pezzo di cerniera.
Dalla macchina che si è fermata, più avanti,  scende un anziano. Gli sanguina una mano, mi chiede: ‘Tutto bene?’
‘Insomma.’
Giulia nel frattempo è scesa, non si è fatta nulla, solo un po’ di paura.
Il vecchietto è dispiaciuto, scuote la testa, dice: ‘Mi scusi, sto tutto a destra per evitare quelli che escono dai passi carrai. Deve essere il mio giorno sfortunato, anche l’altr’anno, stesso giorno, ho centrato un furgone di rumeni. Proprio il mio giorno sfortunato.’

DUE.
Ho fatto una semplicissima retromarcia in via Castiglione. Sempre con Giulia, sei o sette anni. Maledetto angolo cieco. Comunque sento un botto, forte, guardo dietro e non c’è nessuno. Tremo. Dio mio, penso, ho preso un bambino.
Scendo, non è un bambino, grazie al cielo, però è una signora, di una certa età, è vigile e cosciente. Mi avvicino subito:
‘Signora, signora?  Mi scusi, non l’ho vista, come sta? Mi scusi, aspetti che la aiuto.’
E’ sdraiata a terra, sembra molto dolorante,  vedo che fa fatica a parlare, indica la gamba: ‘Il piede- dice- Il piedeeeeee!
Niente,  il piede è rimasto sotto la ruota.
Oh Gesù. Risalgo in macchina, rimetto in moto, ingrano la prima. Giulia è sempre nel seggiolino. Impietrita.
Libero il piede della signora. Scendo. Intanto almeno venti passanti sono intorno a noi e mi guardano come fossi un’assassina. Tipo il film di Benigni. ‘Assassino… Assassino….’
La signora non vuole andare in ospedale, vuole andare a casa, vuole chiamare suo figlio. Le dò il mio numero di telefono, lei mi dà il suo. Me ne vado sentendomi un po’ meno di un'assassina, ma comunque male. La sera la chiamo. Così il giorno dopo. E quello dopo ancora. Non ha mai, mai risposto.

TRE.
Sono solo una passeggera di dieci anni. E’ mio padre alla guida, sulla strada per il Corno alle Scale. Ancora oggi credo che la mia reticenza a sciare sia dovuta a quell’incidente.
Intanto ha una catena sola. L’altra presumo l’abbia persa. Ha nevicato pesantemente, la strada è tutta bianca. Noi andiamo lo stesso, con una catena sola. Quando diventa chiaro che non riusciamo a proseguire lui dice: ‘Torniamo indietro, andiamo a comprare le catene.’
Magari.
Al terzo tornante in discesa, la macchina non risponde. Mio padre scuote la testa: ‘Ho fatto una cazzata, stringiti a me.’ Io eseguo, chiudo gli occhi mentre la macchina vola, o scivola, comunque finisce su un albero, ruotata sul fianco, dalla sua parte.
Ti sei fatta male? No. Bene, neanch’io. Scendi -dice-
Certo, come no! Aspetta che mi arrampico. Arriva qualcuno, mi aiuta.

Non ricordo di avere detto nulla, ricordo un carro attrezzi che tira su la macchina, il parabrezza disintegrato. E mio padre che dice: ‘Bene adesso andiamo a sciare. Ma mi raccomando, non dirlo alla mamma.’

QUATTRO. Torniamo ad oggi. Anche qui, una manovra stupida. Esco da un parcheggio che già non era stata una grande idea, in curva, davanti alle strisce pedonali. Comunque non la vedo arrivare, lei avanza piuttosto veloce e mi viene addosso. Si accartoccia la fiancata, la sua. Io non sono né soccmel Schumacher, né un esperto di codice della strada. Quindi alzo un po’ la voce, perché, tutto sommato, è lei che è venuta addosso a me.
‘Aspetta che chiamo il mio fidanzato.’-dice
Sono stanca e bellicosa.
‘Va bene-dico- aspettiamo il tuo fidanzato.’ E già un po’ mi incavolo con queste donne che hanno sempre bisogno di un uomo per risolvere un problema o per firmare un cid.
Appena arriva gliene dico quattro. Penso.
Macchè. Arriva un Genny Savastano di Vibo Valentia. Con i tatuaggi e gli orecchini. Magari è un pezzo di pane, però nel dubbio…
‘Hai torto marcio’ sentenzia
‘In effetti’ dico. Se mi chiede direttamente un assegno, quasi quasi glielo firmo…
Così rientro in macchina, e mi deprimo. E ripenso al viaggio di ritorno fatto con mio padre dal Corno alle Scale. Lui vestito da sci con la tanto di maschera. Io dietro, sdraiata sotto dei panni. In autostrada così. Senza parabrezza, mentre nevica. Senza neanche il conforto della mia mamma.
Lessico familiare. Domani chiamo Recalcati. O il telefono azzurro. O l’assicurazione. Che è meglio.

SCENA MUTA



Filosofia è la materia che ho portato come prima all’orale di maturità, Henri Bergson era la domanda a piacere che avevo preparato, perché avevano garantito di farla a tutti, così, per sciogliere la tensione. Bene.
Raffaele Ghidini fece l’orale prima di me e l’ultima domanda che dell’esaminatore fu su Henri Bergson. Fine della domanda a piacere. La mia tensione, quindi, l’unica, a essere alle stelle.
Il programma era lungo eterno, io credevo di avere più tempo e misi la croce sopra alcuni capitoli: L’io-non io di Fichte, Ludwig Feuerbach, e la critica della ragion pratica di Kant.
Uno due tre, le prime domande del mio orale di maturità, nella mia materia. Scena muta. Quattro. Non male.
Sono passati quasi trent’anni, ma lo sguardo della mia professoressa di filosofia lo ricordo ancora, il modo in cui arricciò le labbra e scosse la testa. Io abbassai le palpebre qualche secondo, per sentirmi, da sola,  un piccolo verme inutile.

Diventi adulta, impari tante cose, ti impegni, lavori, magari scrivi, e sogni. Che cosa? Quello che sognano tutti gli scrittori: di pubblicare un libro, un racconto, di vederlo andare in giro, di sapere che qualcuno lo ha letto, lo ha capito.
Il piccolo verme inutile dorme da tempo, non disturba. Solo ogni tanto si affaccia timido, mi ricorda che è sempre lì, in agguato, pronto a saltare fuori alla prima soddisfazione.
Eccolo qui, torna fuori alla libreria Ambasciatori, luogo dove ho assistito a presentazioni, cercato libri, idee, ascoltato scrittori, quelli bravi, raccontare di romanzi, quelli belli, fantasticando, un giorno, di essere là, dall’altra parte.
Oggi è così, merito di un ragazzo con tante idee, di un gruppo solido  e stimolante, di un’editrice coraggiosa e di una raccolta di racconti. Nostra. Piccolo sogno che si avvera.

Ma il piccolo vermetto è lì, di fianco a me, e chissà come, mentre un giornalista mi allunga il microfono, si insinua tra le mie corde vocali e dice: No, grazie. No grazie. Grazie, no. Neanche fosse Cyrano de Bergerac.
Non sono certa, ma credo di avere abbassato gli occhi come allora, davanti alla commissione di maturità. Di sicuro ho la lingua fuori, stretta tra le labbra, me lo dice, dopo, la foto che mi invia un’amica dal pubblico.
I casi sono due: o scrivo un libro all’altezza di Elena Ferrante, e scompaio mentre il mio fulminante successo viaggia per il mondo tradotto in trentasei lingue, o comincio a lavorare seriamente sulla mimica facciale e sull’elaborazione di semplici frasi dal senso compiuto, nel fortuito caso mi ricapitasse di essere davanti a un pubblico.
Intanto, magari, cercherò di terminare il romanzo, che sarebbe già un successo. Ma prima devo distruggere il piccolo verme malvagio, che sta lì, in agguato, pronto a boicottarmi. E mi sussurra piano, di notte, che non ce la farò. Fa sembrare semplice mollare tutto.
Niente. Devo proprio disintegrarlo.
Ah, dimenticavo: il ragazzo dalle mille idee si chiama Simone, l’editrice coraggiosa si chiama Katia, e il libro si chiama Misteri e manicaretti con Pellegrino Artusi, Edizioni del Loggione.

MOTORINI


-Voglio il motorino!-
-Capisco. Ti sei divertita?-
-E’ stupendo mamma.-
Passo indietro. La scuola si fa carico dell’educazione stradale dei nostri figli, fantastico. Alle elementari li portavano ai giardini, gli insegnavano ad attraversare la strada, a guardare con attenzione il semaforo, l’omino che lampeggia, l’arancione, le strisce pedonali. Poi è arrivato il turno della bicicletta, sempre ai giardini, i birilli per terra, il caschetto con cui si passavano i pidocchi, le buone regole della circolazione, tipo le mani sul manubrio.
Secondo me poteva bastare.
Invece no, la scuola si è modernizzata, è al passo coi tempi, i professori mandano i compiti via WhatsApp, per falsificare una giustificazione bisogna essere un hacker, tra un po’ il colloquio con i docenti si farà in facetime.
Perché stupirsi?
-Mercoledì c’è la prova in motorino-
-Ah si? E in cosa consiste?-
-Boh, un test in aula, ci spiegano alcune cose, poi ci fanno provare a guidare-
-Bello- aggiungo perplessa, ma in fondo la invidio.
Il messaggio ‘voglio il motorino’ è delle  9 59, poi alle 10 28 ‘sono caduta’ con faccina che ride. Cosa ci sarà poi da ridere non so.
-Ti sei fatta male? Chiedo
-No, no- Altra faccina che ride.
Ma che bisogno c’era, dico io, di questa simpatica gitarella in motorino? Non bastava, un giorno sì e uno no, l’elenco tutti quelli che hanno preso la patente, di quelli che hanno ereditato il motorino dal fratello, di quei genitori fantastici e meravigliosi che hanno promesso che forse, per la promozione…

-Dai, raccontami, sono curiosa.-
-Allora prima abbiamo fatto un po’ di teoria, poi abbiamo fatto delle prove al simulatore-
-Al simulatore?-
-Sì, tipo un manubrio collegato a un monitor che simula la strada, il traffico, etc, solo che sbucano pedoni all’improvviso, incredibile!-
-Beh può capitare in effetti.-
-Ah io ne ho investiti tre o quattro!-
-Davvero? Che simpatica.-
-Mamma ma è un simulatore, e pi non hai la visione laterale e neppure gli specchietti-
-Beh gli specchietti con i pedoni non è che aiutino un granché-
-E poi un camion ha frenato di colpo e ci sono finita dentro, pensa tu.
-Scusa e la prova pratica?-
-Niente, ho accelerato in curva, ho preso tutti i birilli e sono caduta-
-Ti sei fatta male?-
-No, niente, solo un graffio-

Bilancio della lezione di educazione stradale a bordo delle due ruote: quattro pedoni investiti, sei incidenti con altri mezzi, di cui due potenzialmente mortali, circa dieci incidenti da sola (non ricorda) nessuno mortale,  una sola scivolata reale con piccola escoriazione su interno caviglia.

-Credo che andrai in autobus ancora per un po’!-
………….
-Mamma? Mamma?-
-Cosa c’è?-
-Niente, sono dovuta scendere dall’autobus perché c’è stata una rissa-
-Una rissa?-
-Sì, un tizio ha tirato un pugno contro il vetro del conducente che si è frantumato.-
-e adesso?-
-Aspetto un altro autobus, certo, se avessi il motorino…




venerdì 8 dicembre 2017

COME VORREI


Come vorrei avere quattordici anni, un’ora buca e un appuntamento al bar Venezia con le amiche.
Come vorrei, anche un giorno soltanto, prendere l’autobus, gli auricolari con l’ultima canzone di Coetz, scendere qualche fermata prima, bere un cappuccino, poi entrare a scuola, prima la gradinata, poi il corridoio, entrare nella mia aula e sedermi in fondo.
Nascondere il telefono sotto il banco, acceso e silenzioso.
Come vorrei invitare due amiche a casa il martedì pomeriggio, fare con loro un lavoro di arte, un po’ di merenda, e poi buttarci sul letto a chiacchierare.
Come vorrei dare una festa sabato sera. Io e la mia migliore amica, una piccola sala, un deejay, una trentina di amici, forse qualcuno in più, mia mamma al bar di fronte a buttare un occhio. Qualcuno arriva con i tacchi, ignorando come  ci si cammini, e quanto male possano fare, qualcuno più furbo, nello zaino ha messo ha un paio di all-star che non si sa mai.
Come vorrei andare a letto felice verso l’una, e dormire di un sonno così profondo da non sentire il furgone dell’Hera che passa alle sei di mattina, svegliarmi verso le undici e mettere orgogliosa la maglietta di Stranger things, provare tutti i miei nuovi trucchi, pranzare con i miei genitori e correre alla partita.
Come vorrei avere una versione di latino domani, o una verifica di geo-storia, anche un esercizio sugli insiemi mi piacerebbe.
Come vorrei essere una ragazzina e non avere freddo mai, magari solo un po’ allo stadio il 3 dicembre. Come vorrei non mettere la canottiera, non avere mal di schiena, e non vedere nello specchio il pallore della stanchezza.
Come vorrei tornare nel vicolo Broglio di trent’anni fa, con la minigonna di jeans, le toppe di naj-oleari, le calze col pizzo e i camperos, entrare timida timida all’Art, e ballare.
Ma basterebbe anche essere su una vespa cinquanta special, truccata con un motore settantacinque, caricata, senza casco perché ancora non è obbligatorio, su per via di Casaglia, magari una sera di giugno, la scuola appena finita, in direzione Fri-go.
Come vorrei.
Ma è una malinconia che dura solo il tempo di questa giornata, perché compio quarantaquattro anni, e avrei anche fatto finta di niente, me ne stavo zitta zitta, neanche una candelina, ma non è possibile in questo mondo social. Un algoritmo bizzarro di FB mi invia una notifica, per ricordarmi, a me, proprio a me, che oggi è il mio compleanno. Così, nel caso me lo fossi dimenticato. Che devo fare? Andare sul mio diario e scrivermi un messaggio di auguri? Va bene, Auguri. scrivo un post. Amen

NO,NIENTE


Comunque ventura si deve dimettere-
-Beh anche Tavecchio…-
-Poi non ha convocato Verdi, uno scandalo-
-E non hanno neanche avuto il coraggio di presentarsi alle telecamere, vigliacchi-
-E Darmian? Lo ha fatto giocare da ala invece che a centrocampo, proprio un incompetente-
Io mia figlia la amo così tanto che mi tocca parlarci anche di calcio, di modulo, schema tattico, 4-4-3 , 4-3-2-1, più altre cose che francamente non capisco, ma si sa, quando perde l’Italia siamo tutti un po’ allenatori. 
Ora che è più grande, più impegnata, mi accorgo che mi manca. Anche dieci minuti in macchina, io e lei, hanno il gusto dell’intimità. 
E’ poco, lo so anch’io, mi devo inventare qualcosa.
La vado a prendere alle quattro e mezza, le faccio fretta come al solito, gli zainetti sono già pronti. Guanti, torcia elettrica, bandana, berretto. 
-Quanto dura?-chiede
-Un’ora e mezza, più o meno-
-Ah, quindi arriviamo a casa alle otto- 
-Magari un po’ prima, perche?-
-No niente-
No, niente: è la sua risposta preferita. La usa come intercalare.
-Non ho sentito, puoi ripetere?- No niente
-C’è qualcosa che non va?- No niente
-A che ora torni?- No niente - A che ora torni, ho chiesto? - Ah, alle sette, scusa.
Il No niente di oggi vuol dire che domani ha una verifica di scienze, che deve ancora ripassare, dopo qualche esercizio di grammatica e prima di X-Factor.
-Se vuoi vado da sola-
-No, ripasso dopo. Le calosce le hai trovate?-
-Sì, le ha comprate la nonna, sono in macchina-
Calosce nere, normalissime, assomigliano a quegli stivali in gomma che vanno pure di moda, non capisco perché le guardi con quell’aria disgustata.
-Ma dobbiamo anche camminare per strada?-
-Non lo so. Cosa c’è? hai paura di incontrare qualcuno?-
In effetti forse ha ragione, calosce nere, caschetto giallo, torcia, la mamma di fianco, una manciata di persone uguali a noi, tra ragazzini, signore attempate, qualche padre, qualche figlio, la guida davanti a tutti con il casco e il microfono ad archetto.
Sembriamo i giapponesi in gita. 
Invece siamo un gruppetto di bolognesi in visita ai sotterranei della città, si parte da via Marconi, sotto via Riva Reno, piazzetta della Pioggia, poi via Falegnami, via Augusto Righi, tutto sotto terra, dove scorrono i canali, tranne oggi perché ci sono i lavori di manutenzione.
Tutto molto bello, non fosse per i quaranta minuti di lezione sull’ingegneria idraulica, la grande turbina, la vasca di sfioro, il generatore di emergenza, il fenomeno della cavitazione, e lei che mi guarda, in una mano la torcia, nell’altra il casco, e due occhi sconsolati che mi dicono: cosa ci facciamo qui? 
La incenerisco con lo sguardo, ma in cuor mio spero anche io che questa lezione finisca tra un minuto, o mi odierà per sempre.
Poi la guida richiama la nostra attenzione:
-Mi raccomando-dice- il salto tra il Cavaticcio alto e quello basso è di quattordici metri, e c’è un affaccio senza parapetto, quindi non avvicinatevi-
Ecco, pure pericolosa sta stupida gitarella. 
-Mamma, ma se inciampo e casco giù?-
-Tranquilla, mi butto dietro di te-
-E Giorgio? Vabbè, cerchiamo di stare attente. 
In realtà ci divertiamo, in questi tunnel bui, illuminati dalle nostre torce, camminando a testa bassa per non sbattere la testa, a fotografare i gamberi di fiume intrappolati nelle pozze. Guardiamo la strada dal di sotto, dalle griglie su cui saremo passate centinaia di volte in macchina. 
Per una volta siamo dentro il canale che abbiamo visto dalla benedetta finestra di via Piella, dove ho scoperto che un tempo lavavano le vacche prima di venderle in piazzola, incuranti che pochi metri più in là, lavassero anche i morti. 
Quest’ultimo pezzo, per fortuna salva tutta la giornata, usciamo da un cancello e finalmente siamo di nuovo all’aperto. 
Possiamo toglierci il casco, le calosce infangate, e quasi corriamo al parcheggio dove abbiamo lasciato la macchina. Non lo ammetterà mai, ma si è divertita.
Purtroppo la quotidianità è quel che è, siamo sempre in macchina, un giorno di pioggia incessante. 
-Perchè quella faccia?-
-No niente-
-Dai, cosa è successo?-
-Niente, ti ricordi la verifica di scienze? Avrei preso cinque
-Ah, mi spiace, recupererai…colpa mia, sei arrabbiata? Ohi sei arrabbiata? 
-No, niente.

venerdì 13 ottobre 2017

DOMANI

-Come sta signora?-
-Di merda, grazie!-
Chissà perché in bocca a una persona di ottant’anni la parla merda mi sorprende sempre. Però con quella semplice parola sgretola la formalità o l’imbarazzo che altrimenti ci sarebbero stati, in questo piccolo supermercato, tra i carrelli, il banco macelleria, il guanto trasparente per prendere le verdure.
E’ una vecchia amica di famiglia, e ha seppellito un figlio neanche due mesi fa.
La fermo e mi faccio riconoscere perché suo figlio lo conoscevo, magari non bene, ma da una quantità di anni tale da volerle testimoniare anche il mio sgomento, e perché penso sempre che quando uno soffre in maniera atroce, nella solitudine nera, anche una conoscente che che ti saluta a fare la spesa è un modo per condividere un po’ di dolore.
Che  c’è, evidente e inevitabile. Però non lo ha buttato fuori come mi sarei aspettata, anzi, lo ha custodito gelosamente nel cuore di madre ormai forte, ormai vecchio.
Quello che ha lasciato uscire invece sono altre parole, parole che ora voglio scrivere qui solo per non dimenticarle, o per dare, se possibile, un minimo significato  a un uomo che se n’è andato molto presto.
-Non rinunciare- ha detto-Se hai un dubbio, se hai un pensiero che ti sfiora, anche se pensi sia una sciocchezza, vai avanti, non rimandare, dici ‘c’è tempo, lo farò domani’, domani? chissà…
il lutto è una cosa stupida, deleteria e troppo dolorosa, io non voglio vivere nel lutto, voglio onorare quello che non c’è più, vivendo ancora meglio-
Siamo sempre lì, le mani sul carrello, tra i succhi di frutta e i barattoli di marmellata, ma lei va avanti, non piange, non incrina neppure la voce, anche se qualcosa del suo corpo è materialmente morto. -se non sai cosa dire, devi dire di sì, DEVI DIRE DI SI - scandisce prima di girarsi e andare alla cassa
Io dovrei prendere una bottiglia d’olio, i crackers, lo yogurt, i mandarini, ma non riesco. La saluto con un calore di cui misuro la distanza, proseguo tra le corsie, e penso solo a quelle due frasi. Non rinunciare. Dì di sì
A cosa ho rinunciato? A cosa rinuncio tutti i giorni? A cosa rinunciate voi? A stupidaggini, penso. Una cena, un film, un week end, un viaggio, una dormita, un libro.
Rinuncio a del tempo, in effetti. Del tempo con i miei figli, con mio marito, con i miei genitori. Penso a tempo che ci sarà, alle vacanze che farò, ai progetti che realizzerò. Domani.
Invece ha ragione lei, i suoi capelli grigi, gli occhiali spessi sopra occhiaie profonde, le labbra sottili e consumate, il colore naturale di una pelle che di trucchi non ne vuole più sapere.
Io l’ammiro questa donna inconsolabile, eppure ottimista e forte e ferma e orgogliosa. E voglio ascoltarla, ma ascoltarla davvero e fare rimbalzare la sua saggezza o la sua energia o quel che è su una pagina volante sperando che la leggano anche solo due persone.
Io ci proverò: a lavorare ai progetti che amo, a guidare i miei figli, a godermi la mia famiglia, il tempo libero, fosse anche abbandonarmi un giorno alla stanchezza. Perché se non lo devo a lei, e non lo devo a suo figlio, che si chiama Mattia, lo devo a me stessa.
Questo, credo, volesse dirmi.

martedì 3 ottobre 2017

DIETRO LA PORTA

Qui dentro c'è tutta la mia vita.
E' un sacchetto di stoffa di Scout, la taglia più piccola. Dentro c'è un portafoglio rosa, la carta di identità, l'abbonamento al Bologna, la tessera dell'autobus, la prima paghetta settimanale, telefono e auricolari. Tutta la sua vita. In una bustina lunga venti centimetri e larga quindici.
Per me si sbaglia, le serve qualcosa di più grande, che so? La sua stanza almeno: i cassetti della nuova scrivania grigia, o quelli del comodino ancora da dipingere, le serve almeno una mensola, una libreria, di sicuro un armadio, probabilmente una nuova coperta rosa, magari un computer.
Lì dentro sì che potrebbe starci tutta la sua vita. Già c’è, in effetti.
La porta è quasi sempre chiusa, e la tentazione di aprirla ogni tanto di scatto, c’è, lo ammetto. Invece busso, perché è un microcosmo che devo rispettare, e  poi c’è la privacy, e la fiducia, e bla bla bla. Tanto basta perdere di vista un attimo Super-gattoboy-velocità, che sarebbe Giorgio immedesimato in un personaggio dei cartoni, aspettare che sfondi la porta con la bici, e pouf, via il rispetto, via la forma, via la privacy.
Di solido è sdraiata a letto a guardare il telefono, o immersa in una puntata di Teen Wolf,  un paio di volte era alla scrivania china su un quaderno, un’altra stava riordinando l’armadio, e un po’ mi sono commossa, per il resto è davanti allo specchio, a provare balletti, smorfie e ammiccamenti da postare sulla nuova frontiera social per adolescenti.
La porta della sua stanza è molto più spessa di quanto sembri, e io comincio a sentirmi lontana,  sarà la paura di perdere momenti importanti,  di non vedere le piccole crepe prima che diventino fratture, di confondere sbavature con macchie indelebili. Cosi cerco un’asola, non per spiare, ma per guardare il suo mondo, e scelgo Musical.ly  per entrarci dentro, per capirne il fascino.
Solo che tocca fare un account, registrarsi, basta anche il profilo fb. Mi dispiace, mi manca il coraggio, tanto i profili saranno privati, e l’umiliazione di chiedere amicizie varie a delle veline in erba, non la voglio subire.
Cercherò altre strade, altre fessure, oppure mi accontenterò di sbirciare qualche messaggio quando il telefono è incustodito sul tavolo, e di ascoltare brandelli di telefonate. Tanto loro, le giovani adolescenti multitasking, usano il viva voce, appoggiano il telefono sul letto e fanno delle specie di video conferenze di gruppo, intanto mettono lo smalto, riordinano la camera, studiano, pettinano i capelli, scelgono vestiti. Condividono. Magari riuscirò a beccare qualche diretta prima che sparisca nel web.
Ecco le armi nuove e tecnologiche che ho per sopravvivere a questa adolescenza. Poi, naturalmente, ci sono anche le vecchie. Quelle di sempre.
Venti minuti di macchina per andare a ginnastica, cucinare insieme un salame al cioccolato, guardare un film, andare per negozi. Infilare un racconto qua e là, buttare lì due domande, cercare qualcosa di più vero, qualcosa che stia dietro il sorriso di una foto, dietro le mosse di un video. Dimenticavo un ultimo magico momento, che non abbiamo mai avuto e che sicuramente sarà lo scrigno delle nostre confidenze. Il silenzio, il buio, l’intimità assoluta, un caffè, un latte, un altro caffè. E scherzo naturalmente. Le sei e trentacinque del mattino, appuntamento in cucina. Lei arriva un po’ gobba, una felpa grigia che ho comprato ad Amsterdam più di vent’anni fa. Mugugna qualcosa sulla temperatura di camera sua. A quest’ora prova solo odio: per me, per la scuola, per l’autobus,  il latte, un prof a caso, lo sgabello freddo, una briciola rimasta sul tavolo. Io non mi muovo, non parlo, non disturbo, non so neanche perché sono lì. Bevo il mio caffè in lucido silenzio.
Non è vero, lo so perché sono lì. Sono entrata nella sua camera, piano piano, ho guardato la sagoma raccolta sotto le coperte, mi è sembrata una donna, ma non lo è, è solo una ragazzina. E la mattina, quando è arrabbiata e stanca, e fuori piove, e vorrebbe solo covare sotto le coperte, io voglio che sappia che può anche trattarmi male. Tanto sono sempre qui. Forse è questa l’arma migliore.
E comunque si sbaglia, per racchiudere tutta una vita non si può fare a meno di una nuova, minuscola, graziosa, barocca  toletta da trucco.
n.b Il prossimo post si chiamerà Il momento dell’eroe, e naturalmente e dedicato lui. Super gattoboy velocità

martedì 8 agosto 2017

BYE BYE

Luglio è un mese pericoloso che nasconde insidie. É il caldo di sicuro. O lo stress, o tutti e due, uniti a questa sindrome da fine del mondo che attacca come un virus influenzale più o meno tutti.
In questo clima torrido anche la più stupida telefonata del termotecnico che ti chiede lo spessore di una parete può scatenare l’ira più funesta.
La sensazione è quella: non averne più, di pazienza, tempo, diplomazia, forse anche educazione.
Ed esplodere. Che ogni tanto ci vuole perché esiste un limite sacrosanto al numero di cose che bisogna assolutamente fare prima della ‘pausa estiva’.
Comunque non sono un medico, non salvo vite, tre settimane di assenza non produrranno nell’universo mondo nessuna significativa alterazione.
E dire che qualcosa di buono questo luglio ha lasciato: intanto Giorgio è ingrassato un chilo, merito di mia madre e del suo magico frullino, o non di che altra combinazione magnetica. Quello che sia, io non ce l’ho, perché è da due giorni a casa e non riesco ad avvicinarmi con il piatto che dice ‘bleah che puzza’.
Di bello ci sono anche le mie ragazze, quattro piccoli animaletti che mangiano a letto tra briciole, sabbia, vestiti, caricabatterie, dischetti struccanti, kinder, cartacce, ancora sabbia, ancora briciole.
In bagno ho contato otto spazzolini, ho tentato in maniera blanda di ristabilire un minimo di decoro, non ci sono riuscita. Però ho stemperato una lite tra sorelle, ho dato consigli sull’outfit serale, ho generato l’acquisto di sandali tacco dieci da parte di una diciassettenne (poi abbandonati), ho studiato la personalità di queste quattordicenni, quindicenni, diciassettenni, ho fotografato una ragazza seduta sul davanzale, con un bambino che la copiava sul davanzale a fianco, ho indagato su fantomatici fidanzati, ho fatto finta di non capire, di non sapere quale sia l’unico motivo al mondo che ti fa uscire di casa alle otto del mattino.
Perché a loro piace pensare che noi adulti siamo vecchi, rincoglioniti, e bacchettoni. Anche se non lo siamo, anche se i nostri diciassette anni erano ieri l’altro, anche se alla Villa delle Rose ci siamo stati prima di loro, e ne conserviamo una foto che immortala quello che sarebbe diventato un matrimonio, due figli e un cane. Quindi neppure troppo tempo fa.
Io penso a un film di Monicelli, di almeno trent’anni fa: Speriamo che sia femmina. E rivedo questa tavola di donne: sorelle, cugine, amiche. E se lì qualcuno scappava per andare al concerto di Ron, noi qui siamo in batteria su Ticketone per comprare Ed Sheeran, però la differenza in fondo è poca. C'è giusto un bambino molesto che cerca di farsi notare, e onestamente, dato che si parla di mio figlio, non mi va di paragonarlo allo zio Bugo, anche se, in effetti, una qualche parentela ci potrebbe pure stare.
Ma è lo stesso, il cemento che sento saldo sotto il tavolo legare i piedi di queste ragazze, mi dà sempre una grande gioia, mi fa dimenticare la fatica di questo fine luglio imbarazzante, mi fa guardare avanti nel loro futuro che spero luminoso ed elettrizzante. Chi sta per partire per i Canada nella più beata incoscienza, chi deve cominciare il liceo e questa estate non apre un libro, chi sta diventando una ragazza solida e più sorridente di come la ricordavo, chi ha gli occhi limpidi e diretti.
Comunque luglio è finito, noi siamo in transito per le Marche direzione Puglia, una puntata a Loreto a prendere la benedizione della Madonna non me la leva nessuno, perché l’ultima cosa che ho chiesto mi dorme qui di fianco.
Questa volta non chiederò niente, solo un po’ di riposo ed energia. In macchina c’è un fenicottero rosa da gonfiare, un canotto dei Pjmask, braccioli, salvagente, secchielli, palette, una bici pieghevole, un cane, e noi. Secondo me c’è tutto.

sabato 1 luglio 2017

GIORGIO, IL GIAPPONESE

Trascorrere una decina di giorni con la mia ragazza mi ha fatto bene, mi ha fatto ricordare quanto sia bello passare del tempo con i propri figli, soprattutto quando parlano, ascoltano, ridono, consolano come un adulto, ma un adulto speciale, senza pensieri  e preoccupazioni. 
Il ragazzino però mi è mancato, perché a suo modo anche lui parla ascolta ride e consola. 
Poi scappa, e ancora devo capire come faccia con due gambe che non superano i quaranta centimetri a correre così veloce, dieci secondi e non c’è più, eppure era lì un secondo fa. Ecco, finiremo al publifono, e si cercherà per il lungomare di Riccione un bambino italiano di circa quattro anni, indossa un costumino…Un costumino? Oddio com’era il costumino? quello a righe? Sì, quello a righe blu, sperando che non se lo sia levato, il selvaggio.
Niente publifono, per fortuna è alle docce, aveva sete oppure seguiva una farfalla, chissà. 
-Mamma che succede? Non mi sembri felice!-
No, infatti non sono felice se scappi, se ti allontani correndo alla velocità della luce, e per inciso non sono felice quando mi pesti i piedi, quando rovesci l’acqua per gioco, quando rubi tutti i trattori della spiaggia, quando fai la pipì negli ombrelloni altrui, e poi non continuo per non ferirti. 
Però ti amo lo stesso, e non è vero che non sono felice, lo sono, e penso tu sia il bambino più simpatico che abbia mai conosciuto.
Sarà per gli spruzzi di un irrigatore che ci fanno la doccia e ti fanno alzare le braccia e dire: ‘oh no, adesso ricomincia a piovere!’ , o per un bagno lungo eterno, dal quale ti devo trascinare via di peso, che ti fa appoggiare la guancia fredda sulla mia spalla e dire: -Mamma io adoro l’acqua-
Nessuno come un bambino, sa far ridere fino alle lacrime e commuovere un minuto dopo, strappare il cuore a tradimento o sollevarti il morale.
Come quando cadi, e, ti giuro, non conosco nessun altro con la tua soglia del dolore, perché, sempre, ti rialzi e dici: -Sto benissimo, è solo una bubbina-
Lo so, è un’overdose di melassa, uno sdolcinato sproloquio da madre emotiva dal cuore più molle di un budino. Perdonatemi, o abbattetemi, oggi va così.
Ho due figli, sono un po’ dei figli unici, per quanto si possano amare, saranno sempre poche le cose che potranno condividere dello loro quotidianità, e se pare un pensiero triste o malinconico, non lo è, perché questa distanza consegna a me, madre, e a loro, figli, del tempo meraviglioso da passare solo in due.
Fantastico sui viaggi che farò con lei, in lotta tra musei e shopping compulsivo, e quelli che farò con lui, alla scoperta di tutto. 
Quindi caro il mio ragazzino pestifero, ti sbagli, sono felice, e benché abbia riconosciuto nella tua affermazione dolce e preoccupata la stessa che Masha rivolge ad Orso quando finiscono i lecca lecca, dovrai perdonarmi una volta in più, perché io prendo maledettamente tutto sul serio, ma ci sto provando, giuro, ci sto provando. 
E, di citazione in citazione, concludo ringraziando della pazienza che hai avuto, accompagnandomi a sentire uno scrittore che mi piace. L’ho fatto anche per te. Perché un giorno ti regalerò un paio di libri, di cui rileggo piccoli pezzi ogni tanto come scacciapensieri. Uno ti riguarda, e lo amo particolarmente. 

Sono i Momenti di trascurabile felicità, Francesco Piccolo. Nella prima di copertina c’è una dedica dell’autore : ‘a Giorgio, il giapponese’

DUE COSE


È possibile che l’esame di terza media sia uno scoglio che ho sottovalutato, forse perché dal mio sono passati trent’anni e ricordo solo due cose: qualcuno che mi sottrae la bella copia del compito di matematica a una decina di minuti dalla consegna e una gonna di cotone blu con le balze che avevo all’orale.
Non saprei neppure il voto che ho preso se non me lo avesse ricordato pochi giorni fa la stessa persona che mi sfilò il compito.
Voglio dire: ci sarà il liceo, magari l’università, e nessuno mai ricorderà questo preciso esame, il cui peso specifico nella vita e nella carriera lavorativa di chiunque è pari al foglio su cui ne sarà stampato il voto.
Eppure oggi, mentre aspettiamo in sequenza:  il caldo torrido di caronte, il concerto di Tiziano, e, per concludere, il giorno dell’orale, in casa l’aria si è fatta pesante. Di solito ho una soluzione per tutto: per caronte ho una nuovissima ed efficace aria condizionata, per Tiziano ho promesso di comprare una bandana, ho  guardato la scaletta e ascolto la playlist malinconica senza battere ciglio,  per l’orale invece non so che fare oltre a guardare per la terza volta Pearl Harbour ed il ciuffo biondo tinto di Ben Affleck. 
In realtà una strategia l’avevo: ho mandato via il piccolo disturbatore, ho ricavato un po’ di tempo dal lavoro, e soprattutto ho incamerato buonumore, energia e ottimismo a prova di adolescente nervosa e scostante.
Ma non basta. Se oso dare qualche consiglio  a bassa voce, come al solito non ho capito niente,  se faccio una domanda di storia è quella sbagliata. Se minimizzo l’importanza di questo esame rischio di essere incenerita, se  provo con la distrazione, di nuovo non ho capito.  Non è tempo di frivolezze, lei DEVE studiare. 
Mentre capisco e riconosco questa agitazione pre esame, soprattutto di chi porta la lettera A ed è il primo del registro, cerco di insistere sul fatto che essere i primi è un vantaggio, ma di me non si fida, non so perché. Forse mi odia.
Io credo che anche lei, come me, dimenticherà parte di queste giornate, tutto di questa ansia, e forse anche l’esame intero.
Quindi oggi scrivo due cose, perché voglio, un giorno tirarle fuori dal cappello e farla ridere.
La prima è lei nella nostra piccola cucina, i pantaloncini di jeans, una maglietta a righe e i capelli raccolti sulla testa. Balla una canzone di Tiziano, la canta dall’inizio alla fine, con le sue mosse da musically, quelle che di solito detesto. Ma non stasera. 
La seconda è questo brandello di interrogazione, in cui mi calo perfettamente nella professoressa che avrei anche potuto essere, e simulo l’orale di italiano:
-Dunque Ancarani, tra i personaggi dei Promessi Sposi quale ti sembra il più complesso, o quale è la figura che ti ha colpito maggiormente?-
-Direi l’Innominato-
-Bene Ancarani, e dimmi, ti è piaciuto il romanzo?-
-Si, mi è piaciuta la storia, i personaggi, il fatto che passano in mezzo a molte difficoltà. Solo una cosa mi ha deluso-
-Davvero? Che cosa ti ha deluso? -
-Il finale.  Francamente, dopo tutte quelle pagine, neanche un minuto per il matrimonio. Insomma da Manzoni mi aspettavo un po’ di più. Non sei d’accordo?-




venerdì 2 giugno 2017

POLVERE DI STELLE

La settimana corta dovrebbe entrare in una specie di carta dei diritti dei lavoratori, o delle madri, che forse è meglio. Perchè lavorare quattro giorni su sette è più giusto, più equilibrato, più bello, semplicemente.
Come lo passerò io questo venerdì di festa? Non so. Forse una giornata al mare, solo una, andata e ritorno perchè sabato c'è scuola, le ultime tre ore di italiano prima dell'esame. Fondamentali.
Oscilllo tra questo desiderio di amiche, sole e mare, e la pigrizia, acerrima nemica delle settimane corte.
L'alternativa è rimanere a casa, schivare il bollino nero del traffico, le creme solari, la sabbia, la fila per la piadina, e poltrire. Un sogno, praticamente. Peccato che abbiamo preso la decisione solenne di installare l'aria condizionata, ma non due pinguini semplici semplici, proprio l'impianto tradizionale, macchine esterne, split, tutto incassato e sotto traccia, perchè sono pur sempre un architetto, che ci vuoi fare?
Risultato? Polvere. Fine, invisibile, inafferrabie, detestabile polvere.
Giorgio sembra il figlio piccolo di Mr Banks in Mary Poppins, quello sui tetti di Londra con il faccino nero. Però io non ho i poteri di Mary Poppins, e nemmeno di Bert lo spazzacamino, quindi soffro, mi arrendo al potere invisibile della polvere, e probabilmente, domani me ne andrò al mare per ignorarla un giorno in più. Tanto sarà sempre lì al mio ritorno.
Eh, la settimana corta, che benedizione! Poi te la godi di più se alle due e mezza di giovedì pomeriggio sotto un sole che ti scioglie sei in un cantiere in collina, e c'è Maurizio, il contadino novantenne che vorrebbe fare il direttore lavori, che proprio non la manda giù una donna, architetto, che si occupa di scavi e fognature.
-Ci sono molte bisce- dice.
Vuole spaventarmi, e ci riesce, perchè io in mezzo alle bisce proprio non ci vado,  poi quando gli chiedo due carciofi dell'orto e due fiori di zucca finalmente  mi riconosce. La donna che è in me, la madre, la moglie, la cuoca. Facciamo amicizia, io e Maurizio. Ho anche il suo numero di telefono.
-La chiamo- dico.- per l'inizio dei lavori, così ci dà una mano- Mi guarda di nuovo in modo torvo, ma un po' meno.
-Le preparo i carciofi-sorride-
 E' più forte di lui.
va bene, vado al mare, una giornata, ma alle cinque sono a casa, combatto con la polvere, e aspetto che arrivi il sabato, una ragazza che va scuola per ripassare italiano e spagnolo, un bambino che si sdraia per terra, perchè lui nella polvere ci nuota serenamente, una finale di champions che non me ne può fregare di meno, magari riesco pure a scrivere due righe o a leggerne quattro, che è anche meglio.
Adesso dormo, se riesco, che il bambino impolverato qui di fianco a me russa, ru come un... come un.... non mi viene, però russa. Come la Nina. Gesù ci mancava solo il cane.

domenica 21 maggio 2017

COSE DI FAMIGLIA

Metti un sabato mattina di metà maggio, metti una settimana faticosa come oramai lo sono quasi tutte, le mie, ma anche quelle della maggiorparte della gente con cui parlo. settimane fatte di corse, di lavoro, di accompagnamenti vari, di febbri, di compiti, di cene arrangiate, di frigo vuoti, di umori variabili, che a volte viene da chiedersi che senso abbia correre così.
Metti un sabato mattina diverso dagli altri, una doccia veloce per cominciare la giornata, la solita coppia di caffè, una fiesta al curacao, aiuto inestimabile di giornate convulse, poi si parte.
Vai a ritirare un pranzo completo per dodici persone, di cui uno a dieta e una vegeriana, però sembra poco, allora corri a casa, metti in forno un po' di belga, butta nell'acqua due asparagi, prepara un po'    di pinzimonio.
Corri come una pazza in una due giorni che meriterebbe invece un po' di riflessione e un po' di silenzio, corri a cercare un vestito, uno per te e uno per la principessa, corri a ordinare un mazzo di rose bianche, corri a ritirare una cassa di champagne.
Accompagna la principessa a una festa, perchè non ci facciamo mancare nulla, tuo marito all'aeroporto, e un bambino di tre anni a vedere gli aerei che decollano. 
E siamo solo a sabato.
Otto ore di sonno poi di nuovo in pista, si parte con la prova abiti, la messa in piega casalinga, perchè il parrucchiere proprio non ci stava, Tacco,  trucco parrucco e via.
La quarantottore è finita, ora il silenzio c'è, nella mia casa semibuia, allora permetto alla stanchezza felice di farsi avanti e di scivolare su una pagina che voglio ricordare. 
Io oggi sono felice, ieri ho festeggiato i miei genitori con le mie sorelle e tutti i nipoti,  i loro cinquanta anni insieme, le loro giornate lucide, quelle  più opache, tutto quello che  sta dentro una vita intera.  E ho goduto della fiducia che loro hanno avuto sempre.
Oggi ho festeggiato un'altra coppia, ho provato a mettermi un vestito rosa come quello della principessa Kate, ma ho desistito, ho portato il mio meraviglioso piccolo George, che non ha la statura reale per fare da paggetto, anche perchè dopo quaranta secondi di cerimonia, aveva già rubato un monopattino, si era tolto entrambe le scarpe e si rotolava sul pavimento della sala rossa, senza che nei paraggi ci fosse nessuna reale tata con scamiciato verde militare e occhiali da signorina Rottermeier.
E' stato un fine settimana pieno di passato e di futuro, di quelli che piacciono a me, dove posso guardare indietro ai successi e ai traguardi raggiunti e posso guardare avanti alla felicità sognata, conquistata e ancora tutta da scrivere.
Se le emozioni non stanno nei brindisi e nelle fotografie, stanno però indelebili nei ricordi, perchè le lacrime di gioia sono rare e inafferrabili, e forse in qualche foto ci staranno pure, ma la voce rotta di una ragazza, che è una donna tutta di un pezzo, quella può stare solo nella memoria o in questa pagina.
Metti una tavolata, la famiglia, i bambini che si annoiano, le ragazze che si mettono i tacchi per la prima volta, i cugini che non vedi mai, ma che ti sembra avere visto solo ieri, metti fiumi di vino, una cheescake che non avevo capito, un terrazzo pieno i fiori, le voci che si mescolano, le risate che scoppiano, un benessere diffuso e dilagante.  metti una scarpina che sparisce, i tacchi pure, per fare posto ai calzettoni, metti le foto in posa, una cornice di argento con due fedi intrecciate, un paio di orecchini antichi, e un vestito, il mio, più antico di loro, ma non sembra. Metti tra le altre la solita foto di noi tre. Metti la mia famiglia. un giorno di maggio.